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La Via Crucis di Ponziano Loverini

I devoti che vengono, in pellegrinaggio comunitario o singolarmente, a venerare il Crocifisso "Signore di Como", e soprattutto quelli che partecipano alla celebrazione della Via Crucis nei venerdì di Quaresima, osservano con ammirazione e sentimenti di viva partecipazione, il mirabile cammino di Cristo Signore verso il Calvario: cammino di dramma e di speranza che da un secolo è mirabilmente narrato dai quadri del pittore Ponziano Loverini.

p.L.B.

 

Un’opera d’arte nell’insigne Santuario del Ss. Crocifisso
Articolo pubblicato sul quotidiano "L'Ordine", Lunedì 2 Luglio 1917

 

Ieri nell’insigne nostro Santuario del Crocifisso si tennero solenni funzioni per la benedizione delle Stazioni della Via Crucis, lavoro dell’esimio artista bergamasco, prof. comm. Loverini Ponziano, eseguito per commissione del Reverendissimo Priore (ndr. Padre Giovanni Ceriani), a spese della signora Teresa Rimoldi che volle con questa munifica elargizione ricordare in modo degno i suoi maggiori Castellini.

Il Loverini è noto alla famiglia artistica per molti freschi e lavori ad olio universalmente lodati, ma qui superò sè stesso ed aggiunse una bella pagina alle lodi che già si è meritato. All’opera così grandiosa e degna il chiaro pittore attese per due anni consecutivi, con fervore di fede ed entusiastica attività ed una abilità di pennello che fa pensare alle più belle opere dei nostri sommi artisti passati.

Una natura calma, ma che fa presagire la tempesta; un cielo di un giallo tenerissimo d’aurora, ma che s’avvicina ad essere turbato da nubi in lontananza. Poi un cielo fosco, solcato da oscurità immensa, un lembo di natura sconvolta al rimprovero ed al dramma finale del Figlio dell’Uomo, tutto il creato è commosso. Poi ancora un passaggio brusco, un raggio di sole che risveglia le assopite speranze, poi la natura si affosca di nuovo in tonalità brune, notturne, avvolgenti il martirio del Cristo, e così di seguito senza alcuna transizione dalla luce alle tenebre, dalla vita alla morte, dal colorito chiaro e brillante al fosco e tenebroso, dal dolore infinito della croce e del sepolcro alla risurrezione ed elevazione divina. Questo per la generalità delle tinte.

Quanto alla rappresentazione dell’insieme, il Loverini si è attenuto alle caratteristiche della tradizione, e non poteva fare diversamente per un’opera che era destinata ad adornare  un magnifico tempio. Ma in tutti i quadri diversità di raggruppamenti e di disposizioni, vastità e profondità di composizione, mirabile complesso d’armonia e di severa solennità; in ognuno la verità e la forza, gli effetti mirabili della luce e delle ombre, sebbene in alcuna scena di martirio veramente eccessivo infernale, si superano i limiti dell’arte.

Nella dipintura delle Marie, nella Maddalena, nella Veronica che gli asciuga il volto madido di sudore e di sangue, ti pare il Loverini collegarsi al Veronese nelle sue superbe donne che si staccano piene di grazia e di maestà, sebbene soffuse di dolore immenso, nelle luci chiare e nelle ombre, nei panneggiamenti e nelle vesti meravigliose; la Maddalena specialmente, in ginocchio, coi capelli discinti, colle braccia protese, collo sguardo fisso nel Redentore, pare una creatura divina. Gesù curvo sotto il peso della croce, volge lo sguardo a lei ed alla Madre che su Lui s’abbandona con un gesto che è uno schianto dell’anima, e sembra che baci quel volto emaciato da inenarrabili sofferenze.

Chi può ridire la soavità raccolta con la quale il pittore ha composto le scene, dove la violenza dei carnefici fa contrasto e quasi s’arresta dinnanzi a quell’immenso dolore? Chi può descrivere il contrasto infinito e la tristezza notturna di quella  scena in cui Gesù è calato dalla croce accanto alla madre che sviene; già le si chiudono gli occhi, ed un dolce pallore offusca la divina bellezza di quel volto chiarito da una luce di glaciali riflessi di una sola fiaccola che illumina l’Addolorata, dando speciale risalto a quella diafana pallidezza colla sua fiaccola di vivida efficacia rossastra? Ma in tutti i gruppi, in tutte le scene, la prima figura che colpisce il nostro occhio e che grandeggia in mezzo alle altre, o feroci, o addolorate, o indifferenti, è quella del Cristo, una riproduzione fedele di scorcio di profilo, in tutte le pose, in tutti gli atteggiamenti, della sacra Effige che i comaschi venerano nel Santuario. È là dove quella figura bianca, diafana, spirituale vien stesa dagli sgherri ed inchiodata sulla croce, mentre lontano il gruppo delle Marie mirano quel corpo dolorante, e l’altro quadro ove la stessa immagine luminosa spicca sul davanti, nella sua armoniosa bellezza, mentre di fronte, tozza, su altra croce, si delinea e contrae la figura triste, tenebrosa, orrenda del cattivo ladrone, formano tale un magnifico contrasto che nessuna pena potrà mai adeguatamente descrivere.

In generale il disegno è buono, ma non privo di qualche menda, uno studio più accurato dell’anatomia del corpo umano l’avrebbe reso migliore; nei panneggiamenti riesce meraviglioso, ottimo nel chiaroscuro, coloritore impareggiabile. Nobiltà di sembianti, idee perfettissime, diversità nelle fisionomie; nudi atletici, muscolosi di guerrieri, e di carnefici; diafani, composti, delicati della vittima, scorci stupendi, componimenti e contrasti bellissimi. Volendo tentare una classificazione, si potrebbe notare la coloritura vibrata dei primi quadri, in essi l’intonazione è assai più tenue, i colori più smaglianti, più ricercati; tutto è più mite, più dolce, più soave, ma meno forte e potente. Queste prime Stazioni sono in gradazioni più piacevoli, ma meno perfette. Man mano che si prosegue verso l’epilogo, la coloritura vibrata dei primi quadri gradatamente scema e si affosca in tonalità brune, notturne, avvolgenti un recondito mistero il martirio di Giusto; talvolta il colorito è più forte, più brutale, ma questi quadri sono più potenti, più perfetti, gli ultimi sono qualche cosa di straordinario ed hanno nulla da invidiare ai più potenti pennelli.

Se adunque esiste uno spirito nella rappresentazione di un oggetto, all’infuori e contro ogni formalismo di scuola o di convenzione, qui si manifesta e si impone vergine ed originale, e grida contro le innumerevoli riproduzioni di questa tragedia divina, alla quale siamo stati avvezzi in quasi tutte le chiese ed in tutte le età in quadri scadenti, uniformi, convenzionali, qualche volta ributtanti, o in plastiche melense, pretenziose di nessun valore artistico, o peggio in oleografie dai colori stridenti, dalle figure e dagli atteggiamenti inverosimili, scomposti, in cui tutto manca, eccezion fatta del cattivo gusto, e in cui sembra non sentire la bellezza di ogni minima cosa del culto divino.

Qui invece il punto di vista artistico prende tutto il suo valore, dà importanza cura, amore, fervore, agli atti, agli oggetti nella loro stessa materia ed assicura la loro azione profonda sulle anime, le associa quasi loro malgrado, al culto divino, è l’arte che produce la comunione del sentire, l’arte, mezzo d’unione degli spiriti, l’arte, che è per noi il mezzo di far cantare la gloria di Dio alle stesse cose inanimate.

Non lesiniamo adunque una lode ben meritata al pittore, alla munifica donatrice, ed a quanti si sono adoperati perchè il massimo nostro Santuario venisse dotato di un’opera sì degna ed impareggiabili.